Fauna selvatica, Cetacei  & Cheloni marini

Studi, ricerche & pubblicazioni

Foto  naturalistiche Arte e natura LINKS

email

  Escursioni e attività di tutela ambientale

Musei e collezioni naturalistiche

 

 

 RITORNO IN SICILIA di Franco Tassi      

 

 Ogni volta che varco lo stretto tra Scilla e Cariddi, è come se ai miei occhi si svelasse una straordinaria finestra su un altro universo. E vengo pervaso, sommerso, sopraffatto da un tripudio di colori, aromi, suoni e sensazioni di vita pulsante. Occhi scuri e mobili, voci musicali, gesti eloquenti che mi riportano al tempo della Magna Grecia, accarezzato dal vento delle influenze Arabe. Come Alice nel Paese delle Meraviglie, ogni moderno Ulisse che approdi a quest’isola magica non può che restare stupefatto, stordito… forse incantato per sempre.

   Chissà se è vero che Scilla e Cariddi fossero mostri spaventosi, emersi dalle profondità abissali che precipitano al largo di Messina. Chissà che non si trattasse di qualcosa di simile alla mitica Piovra gigante, che si diceva un tempo assalisse e affondasse i malcapitati naviganti percossi dalle tempeste.

       Messina, alle falde dei monti Peloritani, apre la via verso pendici erte ricoperte di pinete così rigogliose, da far supporre che il nostro Pino domestico – sì, quel Pino a ombrello a noi così familiare, tipico del paesaggio italico, tanto diffuso quanto generoso di pinoli – trovasse proprio qui uno dei propri centri di espansione nel cuore del Mediterraneo.

E tra queste montagne, passaggio obbligato di moltitudini di uccelli migratori, aleggia ancora vivo il ricordo delle epiche battaglie in difesa dell’innocente Falco pecchiaiolo, in passato accanitamente perseguitato all’insegna dell’atavica credenza espressa nel detto: “Chi non uccide l’adorno, porta le corna!”  

 

        Spingendo lo sguardo verso i Monti Nebrodi, dopo il Biviere di Cesarò  s’incontra il Monte Soro, e si raggiungono poi le imponenti Rocche del Crasto.  Era l’ultima roccaforte delle originarie colonie di Grifoni di Sicilia, ma circa mezzo secolo fa lo stoltissimo uso dei bocconi avvelenati per distruggere i cosiddetti ”animali nocivi” (in questo caso, semplici volpi affamate) li sterminò senza scampo. Ora non manca chi, con encomiabile memoria storica e forte impulso di rinascita, sta tentando di ricostituire il futuro dei “vuturuna”, avvoltoi maestosi, inoffensivi, utilissimi spazzini della natura.

Ma di fronte a noi domina ormai, da qualsiasi prospettiva, la “montagna sacra”, il solenne Mongibello traboccante di appariscenti tesori e di ricchezze nascoste. Perché l’Etna non è soltanto il piu’ importante vulcano attivo d’Europa,  è anche uno scrigno di tesori e biodiversità come pochi altri, ricco di lave color carbone e di candide betulle, di fitte selve a pino laricio e di smaglianti fioriture d’oro della grande ginestra che porta il suo nome.

          Dalle Gole basaltiche dell’Alcantara agli Scogli dei Ciclopi di fronte ad Aci Trezza, dalle residue uve corinzie della Magna Grecia ai pistacchi di Bronte … Questa montagna unica è capace di stupire e rallegrare chi, come noi, l’abbia percorsa in lungo e in largo, tra colate laviche ammantate di licheni e praterie altitudinali adornate di singolari cespugli. Qui il nero del gigante, là il rosso del fuoco eruttato, e laggiù l’azzurro del mare…

Infine, la sosta d’obbligo era sempre davanti a lui, lo storico trimillenario Castagno dei Cento Cavalli, un tempo meta favolosa per i viaggiatori del Grand Tour, e soggetto prediletto per artisti e pittori di ogni nazionalità. Oggi fantasma di se stesso, ma testimone vivente del patriarca che, superando sessanta metri di circonferenza, doveva essere una volta l’albero più largo del mondo: più massiccio dei Baobab della savana africana e del Cipresso di Montezuma in Messico. 

 

 Al di là dell’Etna ormai impresso nel cuore, si apre la Sicilia della Val di Noto che ora discende quietamente verso il Mar Jonio e raggiunge poi latitudini più meridionali della stessa Tunisi. Qui è tutto un pullulare di ancestrali richiami: dalla Fonte del Ciane dove vegeta il Papiro africano, ai Pantani di Vendicari albergo di viaggiatori alati, dal Biviere di Lentini risorto a nuova vita, fino a Capo Passero e all’Isola delle Correnti, le punte più meridionali dell’isola. 

Nella vasta piana steppica caratterizzata a tratti dalla Palma nana, che assume qui l’aspetto d’un alberello in miniatura, si aprono improvvise profonde spaccature dove si celano gli ultimi boschi di Platano orientale.  Sono la Cava d’Ispica, le Gole dell’Anapo e le Gole del Cassibile, abitate dall’uomo in ogni epoca storica, e oggi rifugio di  piante e animali rari. Più all’interno si stagliano rilievi mossi, d’aspetto collinare: i Monti Iblei e, più oltre ancora, i Monti Erei. E’ il mondo della pietra, dominato da plurisecolari Carrubi e da Olivi millenari. Alberi amici e vetusti, impronta viva della straordinaria civiltà che ci ha donato anche gli innumerevoli e meravigliosi monumenti del barocco siciliano, a due passi dal Palazzo di Donnafugata, residenza eletta della saga sicula del Gattopardo.

Roma, Marzo 2008      

Foto-Archivio Fondo Siciliano per la Natura