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“Dalla caccia al Recupero: una Rivoluzione Silenziosa per nuova Cultura”

La scomparsa di specie, la rottura di delicati equilibri, la crisi ambientale in generale rappresentano una grossa emergenza. Una minaccia per la sopravvivenza della stessa umanità.

Educare a rispettare l’ambiente, proteggerlo, se possibile restaurarlo.

Il cormorano, la poiana liberata intesi come tessere di un mosaico rimessi al loro posto.                        

     Carmelo Nicoloso

   

 

PROGRAMMA   DEI   LAVORI

Venerdì 3 Aprile 1998 Teatro Comunale "Nino Martoglio" Belpasso

Ore 10.00 - PRESENTAZIONE E SALUTO del sindaco di Belpasso dott. Rosario Spina.

Ore 10.30 - RELAZIONI "Gestione della Fauna Selvatica nel Piano Territoriale di Coordinamento del Parco" dott. Filippo Urzì (Presidente Parco dell'Etna)

"Problematiche della Conservazione Ambientale in Sicilia e il recupero della Fauna Selvatica" prof.ssa Nuccia Di Franco Lino (Presidente Fondo Siciliano per la Natura)

"Popolamenti Faunistici nelle aree protette siciliane" dott.ssa Susanna Caruso (Universita' di Catania)

"15 anni di storia del Centro Rapaci e Selvatici del Corpo Forestale dello Stato di Pescara" dott. Luca Brugnola (Funzionario Medico Veterinario Corpo Forestale dello Stato)

"Alcuni casi di recenti reintroduzioni operate dal Corpo Forestale dello Stato" dott. Stefano Allavena (Dirigente del Corpo Forestale dello Stato)

"L'attivita' del Centro Recupero Animali Selvatici di Cosenza nel contesto delle aree protette calabresi" Giacomo Gervasio e Giuseppe Viggiani (Comitato Italiano Protezione Rapaci)

Ore 12.30 - INTERVENTI "Azioni di Sostegno alla Gestione e Recupero della Fauna Selvatica"

On.le Giovanni Barbagallo (Deputato ARS Componente Commissione Ambiente)

Dott. Giuseppe Pulvirenti (Assessore Ambiente Provincia Regionale Catania)

Dott. Santo Pulvirenti (Presidente Consiglio Provinciale)

Assessore delegato dal Sindaco di Randazzo avv. Angela Vecchio

Ore 13.00 - PAUSA

Ore 16.00 - RIPRESA DEI LAVORI Interventi e dibattito.

 

 

GLI   INTERVENTI   

                                                                                   

Problematiche della conservazione ambientale in Sicilia  e   il recupero della fauna selvatica.  

Nuccia Di Franco Lino (presidente Fondo Siciliano per la Natura) .

Questo convegno mi offre l'occasione per fare alcune riflessioni personali e non, che riguardano i rapporti tra Conservazione e recupero della fauna selvatica in Sicilia.

Andando indietro con la memoria alle primissime esperienze condivise con il naturalista Luigi Lino, credo di poter datare abbastanza esattamente l'inizio dell'attività di "recupero della fauna selvatica in Sicilia". Tra il 1973 e il 1974, infatti, a Catania nel nostro appartamento ebbe inizio il nostro impegno, quando un cacciatore d'animo gentile ci consegnò un esemplare di Aquila anatraia minore che era stata rinvenuta ferita. A questo nobile volatile, che allora era stato considerato "res nullius" come il resto di tutta la fauna selvatica, riservammo una grande stanza, dove è stata cibata e curata fino al felice rilascio, preceduto da diverse prove di volo sul campo. Quella esperienza, ricca di numerosi ed indimenticabili momenti, fece abbastanza rumore nell'allora nascente movimento protezionistico.

 

Presto si sparse la voce della presenza a Catania di un importante rapace in cura e fummo costretti ad aprire la nostra casa a studiosi, curiosi ed appasionati. Dopo qualche tempo un altro ospite meno ingombrante e molto più docile, arrivò a casa nostra per essere curato: una bellissima Volpoca, che superò i suoi problemi alimentari dopo avere sperimentato felicemente i piselli surgelati.

Quando nel 1976 cominciammo la nostra attività nel WWF-Sicilia orientale, mentre ci occupavamo delle prime denunce per l'abusivismo nella Foce del Simeto (allora soltanto "oasi di protezione faunistica" e inserita nel più vasto parco territoriale extra urbano del comune di Catania), fummo costretti ad occuparci di cinque voraci e poderosi orsi adulti (bruni ed himalaiani) che erano rimasti "orfani" dopo la morte del loro padrone. I volontari che già allora gravitavano attorno alla nostra attività furono impegnati per mesi per curare e alimentare i grossi plantigradi, fino alla loro sistemazione ottenuta dopo diversi contatti con enti pubblici e privati.

Nel 1977, il destino della fauna selvatica dopo millenni di prelevamento più o meno legale cambiò radicalmente: da "res nullius" (proprietà di nessuno) divenne "res communitatis", proprietà indisponibile dello Stato. Questa rivoluzione culturale sanciva di fatto il riconoscimento di valore del nostro patrimoni faunistico, finalmente di tutti, e in particolare restituiva dignità al gruppo dei Rapaci, non più considerati "nocivi" ma elementi indispensabili al mantenimento dell'equilibrio fra i vari popolamenti faunistici.

Questa novità fù determinante nella crescita del movimento protezionistico siciliano, sempre più sostenuto anche da alcuni ambienti accademici, e nella crescita della sensibilità popolare, allargata anche ad alcuni esponenti politici.

Nel 1981 anche in Sicilia una svolta importante. La primavera di quell'anno, infatti, vide premiato l'impegno di numerosi protezionisti siciliani con l'approvazione della legge venatoria che recepiva all'art. 1 lo stesso spirito della legge nazionale del 1977 e della legge regionale che dettava norme per la istituzione in Sicilia di parchi e riserve naturali. Dunque per la prima volta anche in Sicilia si superava il principio medievale del "res nullius" e si apriva la strada per le aree protette con l'immediata istituzione della riserva naturale dello Zingaro (TP) e con l'inserimento del tanto contestato art. 30 che, di fatto, costituiva la premessa per l'istituzione del Parco dell'Etna, a lungo progettato sia a livello nazionale sia a livello regionale.  

Sentiero Natura M.te Nero degli Zappini 

L'intima relazione tra la protezione della fauna selvatica e la conservazione del nostro patrimonio naturale e ambientale, dopo essere stata presente nell'attività dei tanti volontari che negli anni hanno profuso il loro impegno, fù quindi "sancita legalmente e politicamente" dalle leggi a cui ho fatto riferimento.

La crescita della sensibilità popolare verso i temi della Conservazione indubbiamente fin da allora è stata fortemente sostenuta dalla curiosità e dal profondo interesse suscitato dalle presenze faunistiche nel nostro territorio e, soprattutto, dagli esemplari feriti, traumatizzati o intossicati che sempre più numerosi erano rinvenuti da gitanti, contadini, cacciatori in aree naturalistiche e non e consegnati direttamente all'associazione oppure alle forze dell'ordine, che cominciarono a prendere coscienza di questa "nuova" emergenza.

 

Da allora il contributo di Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza, Forestale, Vigili Urbani, Capitaneria di Porto è stato determinante per la tempestività delle loro segnalazioni e per la loro stretta collaborazione nell'operazioni di rilascio degli esemplari recuperati.

Poichè la quantità di esemplari bisognosi di recupero cominciò a crescere in modo evidente, fù necessario organizzare una struttura idonea e quindi nel 1985 nacque il primo Centro recupero fauna selvatica in Sicilia, ad opera degli attivisti del WWF- Sicilia orientale, e grazie al grande impegno di Tiziana Cigna, che da allora dedica buona parte di ogni sua giornata alla gestione del Centro.

Quando nel 1988, lo stesso gruppo di attivisti diede vita al Fondo Siciliano per la Natura, il Centro recupero fauna selvatica di Catania fù inserito nel cuore dello statuto della nuova associazione, continuando a svolgere la sua diuturna attività.

Con questa seconda gestione, il Centro chiede ed ottiene le necessarie autorizzazioni amministrative e sanitarie e rafforza man mano le strutture, le attrezzature e soprattutto la professionalità di tutto lo staff, soprattutto dell'equipe dei veterinari (rigorosamente volontari), diretti dal dott. Salvo Rubino.

Dal 1988 migliaia di animali sono stati ricoverati e in forte percentuale felicemente rilasciati, contribuendo a creare un clima molto favorevole alla Conservazione in generale. Coloro che assistono personalmente  o tramite i circuiti televisivi al rilascio degli animali recuperati e restituiti al loro ambiente naturale, infatti, hanno la netta sensazione che è possibile fare qualcosa di concreto a favore del nostro patrimonio naturale, di cui la Fauna è forse l'elemento pù apprezzato da giovani e adulti.

A dieci anni di distanza dall'inizio della gestione del Centro a cura del Fondo Siciliano per la Natura, il bilancio è altamente positivo non solo per il numero degli esemplari recuperati e rilasciati ma soprattutto per la varietà delle specie (dagli uccelli ai mammiferi terrestri, dai rettili ai mammiferi marini) e per la grande partecipazione di studiosi, appasionati e volontari che con mille sacrifici hanno raccolto e fatto pervenire al centro centinaia e centinaia di esemplari. Un plauso particolare deve essere riconosciuto al personale del Corpo regionale delle Foreste, che con la loro presenza capillare in tutto il territorio siciliano, hanno svolto un ruolo quantitativamente e qualitativamente rilevante.

Nell'agosto del 1997, tutto questo è stato messo in discussione, e forse per qualcuno azzerato. Il Fondo Siciliano per la Natura, essendo un'associazione regionale (benchè federata con la Federazione nazionale Pro Natura), non ha ricevuto l'imprimatur dell'assessorato regionale agricoltura e foreste, imprimatur immediatamente concesso alle associazioni venatorie regionali ( sic! ), e quindi non potrebbe più gestire un Centro per il recupero della fauna selvatica e di fatto dal 1987 non riceve più alcun finanziamento regionale, a fronte delle ingenti spese già anticipate dall'associazione.

Non conosciamo ancora l'esito del nostro ricorso alla giustizia amministrativa ma, a prescindere da questo risultato, il Fondo Siciliano per la Natura continuerà comunque ad occuparsi di Conservazione e protezione della fauna selvatica, con la collaborazione di tutti i volontari, gli amici e i simpatizzanti e con il determinante contributo delle sezioni e dei gruppi attivi presenti in tutta la Sicilia.  

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“15 anni di storia del Centro Rapaci e Selvatici del Corpo Forestale dello Stato di Pescara”

Luca Brugnola (Funzionario medico veterinario Corpo Forestale dello Stato Centro Recupero Rapaci e Selvatici di Pescara).

Il Centro Recupero Rapaci e Selvatici è sorto nel giugno del 1982 per iniziativa del Corpo Forestale dello Stato nell’ambito delle attività volte alla salvaguardia ed alla tutela delle specie animali appartenenti alla fauna selvatica autoctona.

Tale struttura è stata riconosciuta dalla Regione Abruzzo con Legge Regionale n. 73/88, che la individua come “una struttura di particolare interesse ed utilità per la tutela e la valorizzazione del patrimonio faunistico abruzzese” e ne incoraggia l’attività con un contributo annuo di £ 50 milioni.

In tale contesto si può affermare che la Regione Abruzzo con l’emanazione di tale norma ha precorso i tempi rispetto a quanto previsto dall’art. 4 comma 6 della Legge 157/92 in ordine all’individuazione di strutture deputate al soccorso, alla detenzione temporanea ed alla successiva liberazione di fauna selvatica in difficoltà.

La passione profusa dal personale e le campagne educative ed informative effettuate nel corso degli anni hanno permesso a questo Centro di diventare un punto di riferimento nazionale nell’ambito del recupero, riabilitazione e rieducazione degli animali selvatici.

Si è infatti passati dai 49 esemplari recapitati nel 1982 ai 415 esemplari del 1997, con una percentuale media di recupero alla libertà del 46% circa.

L’attività svolta dal centro si esplica essenzialmente nella cura, riabilitazione e rieducazione degli animali recapitati sviluppandosi in diverse fasi: 1) arrivo ed ammissione al Centro 2) degenza 3) riabilitazione e rieducazione 4) liberazione.  

 

Per il recapito tempestivo degli animali nelle proprie strutture, il Centro si avvale della collaborazione del personale del Corpo Forestale dello Stato in servizio presso i Comandi Stazione capillarmente distribuiti sul territorio regionale, nonchè delle Guardie Giurate delle Amministrazioni Provinciali, dei soci delle Associazioni ambientaliste e dei privati cittadini.

Il primo passo nell’attività di recupero di un animale appena giunto al Centro è quello di effettuare una valutazione, la più dettagliata possibile, dello stato fisico dello stesso sulla base delle notizie raccolte dal soccorritore e dei rilievi effettuati con l’esame clinico generale e particolare sui vari apparati anatomici.

Terminata la fase di “pronto soccorso” gli animali, all’interno di voliere di degenza, seguono una terapia adeguata alle differenti patologie riscontrate e qui vengono stabulati per periodi di tempo variabili in relazione all’entità della gravità della patologia stessa.

Le patologie più frequentemente riscontrate e che rendono gli animali temporaneamente non idonei alla vita selvatica sono rappresentate da traumi, nella maggioranza imputabili alla pressione venatoria, starvation (deperimento organico), sindromi da avvelenamenti, periodi critici trascorsi in cattività (imprinting rediretto), assenza delle cure parentali, malattie infettive ed infestive ed altre patologie a causa non definita.

Non mancano inoltre esemplari oggetto di sequestri effettuati in applicazione a quanto previsto dalla legge sulla caccia n. 157/92 e dalla Convenzione di Washington.

Superata la fase di degenza, gli animali elegibili di recupero vengono sottoposti ad un periodo di training di volo e di rieducazione al repertorio comportamentale specie-specifico all’interno di una apposita voliera di riabilitazione.

Per i soggetti che invece, a causa della gravità dei traumi subiti o per i disturbi comportamentali irreversibili mostrati durante il periodo di stabulazione, vengono ritenuti non più reinseribili  nella vita selvatica è previsto il mantenimento presso le strutture del Centro o il trasferimento in voliere appositamente allestite presso il Parco Nazionale della Maiella ed alcune Riserve Naturali ed utilizzate a scopo didattico.

Il recupero termina quindi, quando possibile, con il reinserimento del soggetto nella vita selvatica nel contesto di habitat ritenuti idonei alla biologia dello stesso e che nel contempo offrono le migliori garanzie  in senso protezionistico e sanitario.  

Di non minore importanza nell’ambito delle attività svolte, risulta essere la partecipazione del Centro ad iniziative didattico-educative e scientifiche in collaborazione con Istituti di ricerca ed Universitari: visite guidate al Centro e cicli di lezioni per Istituti scolastici di ogni ordine e grado, liberazioni pubbliche di esemplari di avifauna protetta, partecipazioni a stand ed esposizioni e mostre, studi nel campo della fisiologia, patologia ed ecologia della fauna selvatica.

A tutt’oggi sono stati recapitati circa 3918 esemplari, appartenenti alle diverse specie di fauna selvatica ed in particolar modo all’avifauna, di cui i rapaci risultano costituire una parte numericamente preponderante.

Dall’analisi dei dati globali si deduce che ben 27 specie di rapaci sono state recapitate presso il Centro per complessivi 2000 esemplari: gheppi, poiane, sparvieri, civette, barbagianni ed allocchi tra i più comuni, aquila reale, falco pellegrino, falco pescatore, lanario e gufo reale tra i più rari.

Tra la mammalofauna di notevole interesse naturalistico e di rilevante valenza ecologica ricordiamo il lupo, l’istrice ed il gatto selvatico.

Da quanto esposto si evidenzia, dunque, quale sia il ruolo del Centro come sussidio del Sistema Aree Naturali Protette abruzzesi nella conservazione, salvaguardia e tutela della fauna selvatica e nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica ai problemi che investono i diversi ecosistemi esistenti sul territorio.

Va invece fatto rilevare il ruolo che il Centro assume nella gestione sanitaria delle popolazioni di animali selvatici.

Il Centro non si limita infatti, nella sua attività, alla cura del singolo esemplare recapitato, ma riveste anche il ruolo di “osservatorio epidemiologico”.

Il cospicuo numero di animali trattati ogni anno consente di ottenere dei dati statisticamente rilevanti in merito alle patologie diffusive proprie delle specie di appartenenza permettendo così di monitorare lo stato sanitario delle popolazioni in questione evitando in tal modo il pericolo di trasmettere, con la sconsiderata liberazione di un esemplare, tali patologie dalla popolazione di provenienza dello stesso (qualora la patologia sia preesistente al ricovero) alla popolazione ricevente l’esemplare liberato.

Ciò deve essere comunque considerato in una prospettiva ben più ampia di salvaguardia dello stato sanitario di zoocenosi ricadenti nel Sistema Nazionale delle Aree Naturali Protette costituite da specie animali (selvatiche e domestiche) diverse e potenzialmente sensibili alle stesse patologie.

Si deve infatti considerare che alcuni degli esemplari ricoverati appartengono a specie migratrici che compiono spostamenti non solo all’interno del territorio nazionale, ma a volte anche attraverso  continenti diversi, costituendo così potenziali veicoli di malattie, endemiche nelle popolazioni di provenienza (ed a volte inapparenti) ma del tutto nuove per le popolazioni riceventi.

A tal proposito è da rilevare in conclusione che i diversi Centri di Recupero sorti in quasi tutte le regioni italiane svolgono o potrebbero svolgere la stessa funzione di sussidio sanitario per gli Enti preposti,  andando così a costituire una vera e propria rete su tutto il territorio nazionale da cui attingere dati utili ad una corretta gestione della fauna selvatica considerato che, soprattutto per le specie animali dedite a  lunghi spostamenti, parlare di gestione significa lavorare su vasti territori a volte ricadenti anche in regioni distanti tra loro, concorrendo alla definizione di un profilo epidemiologico nazionale.  

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PROGETTI DI MIGLIORAMENTO FAUNISTICO NELLA RISERVA NATURALE ORIENTATA MONTE VELINO.

(Stefano Allavena Dirigente del Corpo Forestale dello Stato).

 

Il Corpo Forestale dello Stato sta conducendo ormai da anni un impegnativo programma di riqualificazione e di ricostituzione degli equilibri faunistici nella Riserva Naturale del Monte Velino. Si tratta di una vasta zona montagnosa, nei comuni di Magliano dei Marsi e di Massa d'Albe (AQ). E' un tipico paesaggio montagnoso abruzzese, con grandi pianori, imponenti gole rocciose, cime che sfiorano i 2500 metri di quota, vaste faggete e pascoli. La Riserva Naturale, gestita dall'Ufficio di Castel di Sangro dell'Azienda di Stato per le Foreste Demaniali, è inserita nel Parco Regionale del Velino-Sirente e confina con la Riserva Naturale Parziale delle Montagne della Duchessa della Regione Lazio. L'intera zona tutelata raggiunge quindi una superficie complessiva di poco meno di 65.000 ettari.

Il progetto di ricostituzione faunistica riguarda tre specie: il cervo, il corvo imperiale ed il grifone. Lo scopo è quello di ristabilire una completa catena alimentare che prevede la presenza di erbivori (cervo, cinghiale, lepre, ecc.), predatori (lupo, volpe, gatto selvatico, aquila reale, ecc.), necrofagi (grifone, corvo imperiale, ecc.).

La presenza del cervo in epoche recenti, più o meno fino all'inizio di questo secolo, risulta ampiamente documentata. La sua estinzione è da attribuirsi prevalentemente ai disboscamenti, alla pastorizia eccessiva, alla caccia attuale senza alcun criterio razionale. la reintroduzione del cervo iniziò nel 1990. I primi esemplari furono liberati in un apposito recinto nell'alta Val di Teve. Successivamente fù realizzato un altro recinto di acclimatazione in un rimboschimento di pini, a quota inferiore. Questo recinto esteso più di 12 ettari ospita al suo interno anche le voliere di acclimatazione utilizzate per il grifone ed il corvo imperiale. Per la reintroduzione del cervo si è ricorso quasi esclusivamente alla cattura di esemplari presenti in libertà nel Parco Nazionale dello Stelvio, nella Foresta del Tarvisio e in alcune riserve naturali della Toscana gestite dal Corpo Forestale dello Stato.

Tra il 1990 e il 1997 sono stati liberati, in tutto, 101-103 cervi, alcuni dei quali nati in recinto. La popolazione attualmente presente dovrebbe pertanto consistere di almeno un centinaio di capi che con ogni probabilità aumenteranno sensibilmente nel giro di pochi anni.

Il corvo imperiale, caratteristico abitatore delle zone rupestri di quasi tutto l'emisfero boreale, è completamente scomparso dall'Appennino centro-settentrionale tra gli anni ' 50 e ' 60. I motivi dell'estinzione sono da attribuirsi all'intenso uso di esche avvelenate per la lotta contro i cosidetti "nocivi", essenzialmente il lupo e la volpe, alle uccisioni dirette e al prelievo dei nidiacei. Nella zona il corvo era sicuramente presente e ci sono ancora alcuni nidi, testimonianza certa della sua presenza. I corvi da reintrodurre sono stati prelevati, come nidiacei, pochi giorni prima dell'involo, quando già erano in grado di alimentarsi da soli, in varie località della Calabria, dove la specie è comune. Sempre, nei nidi, diversi da anno in anno, si è lasciato un nidiaceo. I giovani corvi sono stati immessi in ampie voliere nella zona di liberazione, dove sono stati mantenuti per quasi due anni, al fine di ridurne al minimo la tendenza all'erratismo, molto forte nei primi due anni.

Dal 1991 al 1995 sono stati liberati in tutto 47 corvi e la mortalità accertata risulta di 6 individui. Nella primavera del 1995 si è avuta la prima nidificazione certa con l'involo di 3 giovani ed un'altra probabile a poca distanza dalla prima. Nella Riserva Naturale vi è ora un nucleo stabile e le riproduzioni si susseguono ogni anno. Si è avuta una buona dispersione e le segnalazioni interessano un'areale ormai assai vasto, che comprende il Monte Sirente, i Monti Ernici e Simbruini ed il Gran Sasso, in continua, graduale espansione.

La reintroduzione del grifone risulta tuttavia l'intervento di maggiore portata naturalistica attuato nella Riserva Naturale del Monte Velino. Si tratta di una specie di uccello rapace di grandi dimensioni raggiungendo infatti un peso di 7-11 chilogrammi ed un'apertura alare di 240-280 centimetri. E' un animale fortemente sociale che nidifica in colonie anche di centinaia di individui.

Il grifone si nutre esclusivamente di animali morti che ricerca nelle zone aperte grazie alla collaborazione di diversi individui che esplorano vaste superfici tenendosi in contatto visivo tra loro.

 

In alto: Esemplare di grifone in volo

A causa di queste abitudini alimentari non arreca alcun danno nè agli allevatori nè ad agricoltori ed al contrario, è da ritenersi utile eliminando praticamente qualsiasi animale morto ed ostacolando quindi il diffondersi di eventuali malattie.

Il grifone è un tipico abitante delle montagne mediterranee ed era un tempo distribuito nell'intero bacino del Mediterraneo, nel Medio Oriente e in una vasta area dell'Asia centro-occidentale.

Fino al secolo scorso era diffuso come nidificante in gran parte dell'Europa mediterranea e balcanica, in Medio Oriente e nel Nord Africa.

La riduzione del pascolo brado, la modificazione della pastorizia, l'evoluzione delle pratiche e delle normative veterinarie, la persecuzione diretta, il saccheggio dei nidi, l'uso di esche avvelenate hanno provocato un drastico declino della specie che si è estinta o ridotta fortemente in gran parte del suo areale.

In Italia sopravvive attualmente solo nella Sardegna nordoccidentale con poco più di un centinaio di individui. In Sicilia si è estinto nel 1965. Sulle Alpi era verosimilmente presente in vari distretti alpini e, soprattutto, prealpini.

Per quanto riguarda l'Italia peninsulare la nidificazione nei tempi passati su alcuni massicci calcarei dell'Appennino centro- meridionale è data per probabile da diversi autori sulla base di riferimenti toponomastici, di considerazioni ecologiche e faunistiche, di valutazioni di carattere biogeografico e di testimonianze storiche.

Il medico marchigiano Costanzo Felici in un suo trattatello del 1573 intitolato Cognitione degl'uccelli et animali pertinenti al'aere, riferito all'avifauna dell'Appennino marchigiano, cita, oltre al gipeto e, con ogni probabilità, al capovaccaio anche il voltore, distinguendo il voltore che nasce pure nè sommità di arbori e il voltore che nasce nelle eccelse rupe et balze. Si tratterebbe quindi dell'avvoltoio monaco nidificante su alberi e del grifone, all'altra specie assai simile per dimensioni ed aspetto generale, che nidifica invece su pareti.

Certamente la specie deve essere scomparsa dall'Appennino in epoca non recente, non dopo la fine del diociottesimo secolo, a causa soprattutto delle uccisioni dirette e del prelievo dei pulcini dai nidi a scopo alimentare, con conseguenze particolarmente gravi nel caso di una specie che, come il grifone, si riproduce in colonie ed ha ritmi riproduttivi assai lenti.

La reintroduzione del grifone sul Monte Velino è stata decisa in considerazione delle condizioni ambientali pienamente rispondenti alle esigenze della specie, come hanno confernato tra l'altro vari autorevoli esperti anche di fama mondiale che hanno visitato l'area.

Infatti vi sono numerosi capi di bestiame domestico, diversi dei quali tenuti allo stato brado e presenti tutto l'anno, ungulati selvatici come il cinghiale e il cervo in corso di reintroduzione. Inoltre la presenza del lupo, che abbatte abitualmente ungulati lasciandone spesso abbondanti resti, aumenta notevolmente le possibilità alimentari per i grifone ed esiste una valida protezione dell'ambiente in loco, grazie alla riserva naturale del Monte Velino cui fanno corona diverse altre aree protette di grandi dimensioni.

Operativamente il progetto ha comportato la costruzione di ampie voliere,

 

 

A sinistra: Due esemplari di Grifoni, all'interno di ampie voliere.

Quindi nell'ottobre 1993 sono giunti i primi grifoni gentilmente donati dalle autorità governative delle province autonome spagnole. Dopo un adeguato periodo di ambientamento i primi grifoni sono stati liberati nell'estate 1994 a cui hanno fatto seguito altre liberazioni negli anni successivi. Gli individui liberati sono stati tutti marcati ed alcuni dotati di radio-trasmittenti per seguire i movimenti. Si è anche provveduto all'allestimento di due punti di alimentazione per l'assistenza alimentare ai grifoni.

In totale sono stati rilasciati 54 grifoni e a fronte della perdita verificata di 4 grifoni si sono spontaneamente aggiunti alla nuova colonia 3 individui.

Nel 1997 si sono avuti i primi casi di nidicazione su una grande parete rocciosa, a circa 1600 metri di quota. Due giovani sono stati allevati con successo, involandosi tra il 15 ed il 20 agosto.

Questa'anno il numero di coppie riproduttive appare ulteriormente aumentato.

I grifoni frequentano regolarmente i punti di alimentazione artificiale ma si nutrono anche con animali morti che trovano sulle montagne. Nelle loro perlustrazioni spaziano su un vasto territorio e vengono osservati anche a distanza di varie decine di chilometri dalla colonia, cui però rientrano regolarmente.

A conti fatti si può dire che la reintroduzione è riuscita, con un numero di perdite minimo, il più basso finora riscontrato in esperimenti del genere. Oggi il grifone è ormai una presenza stabile dell'Appennino Centrale e così dopo almeno due secoli di assenza tornerà a voltegiare maestoso nelle montagne dell'Abruzzo un suo antico abitatore, anello fondamentale delle catene alimentari, tipico componente del paesaggio montano-mediterraneo.

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